
martedì 17 aprile 2012
Flamenco supersónica

domenica 20 novembre 2011
Ora labora

È sete da sparo di grilletto.
In prima carrozza rintracciano la fase degli altoparlanti col naso.
Anticipano e anticipano e anticipano.
Lasciano nuove fessure nel tempo. Non faticano. Fendono le lame dei coltelli delle metafore che fendono l'aria.
Ecco il rotore della città che sale, ogni giorno finché Iddio ci dia qualcosa da bruciare in caldaia.
Ogni operoso va a posizionarsi nel suo spazio.
Ingranaggi fra ingranaggi. Fra prodotti di prodotti. Oggi come ieri.
Peccato ci sia la notte.
Non un cappello cada correndo dalla stazione.
Non attesa. Non ritardo. Il sistema deve.
Notiamo di essere il braccio che batte forte e instancabile con il nostro martello sull'acciaio rovente del tempo.
Plasmiamo noi prima di farci plasmare.
Inossidabili. Ciclici. Adamantini. Siamo il pane dei nostri cannoni.
Il fiato del ferro è dunque il nostro respiro.
Non è dato sapere se alcun pensiero ha mai invaso l'industria operosa.
giovedì 11 agosto 2011
Identificativo di fuga #14997#
La valigia che mi conteneva è esplosa.
Porto tutto con me in modo scellerato adesso.
Inseguo gente che insegue pazzi.
Fra i giorni dei mesi negli anni scelgo adesso.
Quando non do lezioni di lingua a messicani in fuga
è sicuramente notte e puoi trovarmi a dormire in metro,
chiedi di me ai semafori spenti.
Una ruota, che gira e si muove, veloce nel vortice che crea, è solo un punto intorpidito.
Non varrebbe la pena scendere, non è mai adatta la fermata, non c'è fermata, adesso.
Nel turbine di una mietitrice urbana la cicala elettronica salta e aggiorna l'elenco eventi.
L'uomo fermo alla fermata è, per me che vado, il vero passante, aspetta che qualcuno lo raccolga
e getti il suo futuro un po' più avanti, o forse soltanto indietro, molto indietro.
Tutti fissano il proprio punto, nella nebbia che esce dalle nostre menti, non riesco a vedere il mio vicino.
Lo spazio annullato, forse è troppo per noi...
Stasera a cena, fuori da un carcere di cartone, mangerò la luce dei lampioni.
Adesso, è ora di andare.
mercoledì 15 dicembre 2010
Sileno furens

E viaggio sulle spalle del gigante, scivolo sulla schiena del lampo.
Io sono nel dente del serpente, nell’occhio dell’aquila in picchiata,
sono nel formicaio vivo, nella foglia paziente al sole,
sul fondo assassino della cascata.
Abbraccio il turbine del vento, raccolgo le lacrime sparse delle nuvole,
dormo sulla fiamma notturna del campo.
Io sono l’urlo nella furia del coito, la nevrosi del furore uterino,
le pareti bagnate della mia camera.
Sono nel frenetico dondolare delle corde, sono nel pugno del tamburo,
fra le scale dissestate dei monti, tra i vermi che mangiano casa,
nella zolla spaccata dal sole o nell’odore del momento passato.
Sono la peste che bacia il popolo, i grattacieli che girano in direzione del sole,
l’involuzione della specie, la regressione del sapiens.
Sono l’occhio che gira intorno al satellite, la membrana perforata che avvolge la terra,
nel nucleo incandescente, fra gli atomi sparsi del mio corpo.
venerdì 1 ottobre 2010
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Bocconcini di cianuro per i miei vicini e sane boccate di polvere d’amianto prima di andare a dormire. La zanzara proveniente dall’ipergigante del Cane Maggiore porta notizie confortanti. Il kaos probabilmente finirà, così mi ripete girandomi attorno. Su Antares intanto c’è una tempesta che aspetta con impazienza di scompormi in leptoni per creare una macchia bianca di cui farsi vanto in giro. Difficile non cascarci, decisamente troppo. L’affare fra di noi era saltato. Quando le dissero che gestivo il narcotraffico del pane e del sangue del mio pianeta non poté fare a meno di interessarsi alla cosa. Lo scambio sembrava equo e oltremodo interessante: la formula delle mie sostanze in cambio di un ciclo completo, Ofiuco compreso. Anche un idiota avrebbe accettato. La mia nube di formaldeide era stata mandata come d’accordo. Ma la stupida orbitante della supergigante rossa che voleva fottermi si era dimenticata di mettere a tacere l’ISM. Quelli parlano sempre, si sa. Non ci fu nemmeno bisogno di mandargli il solito kilo di antimateria. Così all’appuntamento per l’imburrata non si presentò nessuno. Indiavolata continua a mandare sulla Terra ogni molecola tossica che le passi attorno, convinta com’è che io sia lì.
lunedì 7 giugno 2010
A consumo zero
Vorrei un figlio di quelli che non si trovano in giro, nelle case, per le strade,nei negozi.
Un figlio che sia contento d’essere mio figlio e che non lamenti mai nulla. A consumo zero.
Un figlio ben messo, felice di far risparmiare, nato laureato, che boicotti i fancazzisti e i liberi pensatori, che
sia felice di evitare le sbronze, che si faccia da solo perché io non ho tempo o che forse sia semplicemente il mio pupillo fotovoltaico, non chiede nulla e mi dà tanto, va a letto presto ed è subito pronto, ovunque, magari.
Lo voglio largo di spalle e con le mani sempre tese verso le mie buste della spesa, così sua moglie un giorno mi ringrazierà… Che brava! Che amore! E lui… che uomo!
Lo vedo già assennato a criticare gli amici che hanno preso il vizio, sorridente alle feste a parlare di sport: si scusa, fa un cenno col capo e saluta i presenti indicando col dito l’orologio col suo cinturino di plastica nera.
E’ entusiasmante, mio figlio. Varrebbe la pena di conoscerlo, mi creda. Sono sicura che anche lei vorrebbe avere un figlio come il mio bambino. Che tenero! Mi saluta sempre con un bacio in fronte prima di andare a lavoro. E’ così, lui, felice del suo stipendio, della sua auto, di casa sua, di me.
Sarà forte,preciso, acuto e ben vestito. Non appena nato gli cucirò addosso la prima lamina di piombo coi fili di rame che gli regaleranno le zie e quando poi inizierà a crescere gli farò saldare la sua iniziale sul petto, piccola, dorata e coi contorni in stagno. Lo pulirò per bene, lo smonterò ogni fine del mese, passerò il cotton fioc in mezzo ai suoi circuiti…e il sabato, sì il sabato, gli luciderò il suo alloggio memoria, dove ha messo tutti i ricordi di quanto l’ho voluto bene.
venerdì 19 marzo 2010
A Tamara

Una crisi e il tuo fiato corto mentre nuoti nell’absintismo e ciò che hai di meglio muore o forse viene solo nascosto e portato via, con gli eccessi di lucidità tutto è terrore e magicamente apparente, come la scoperta del vuoto ,come ogni stralcio di parola che ti esce di bocca, come quello che distrattamente non dico. Mi concedo strani pensieri e dipingo il mio corpo di brutti esempi nelle trasvolate spiccate dai sensi. Giù…giù e non basta, anche all’aria manca la forza di smuoverti i capelli e di picchiare sulle facce truccate di quelle mille troie adottate dai miei più cari salotti. Avrebbero di che parlare quelli buoni della città, avrebbero di che tirare se solo io soffiassi sui loro tavoli annebbiati. Incanti e paure, la pelle si indurisce, le gambe diventano marmoree, il profilo sembra animale e accende carboni che ardono accanto ai nostri incensi. Accompagnatrici delle ore buie, favole bugiarde, sussurrano coordinate per oltrepassare inibizioni ed enigmi, siano vortici o tempeste, ne ricorderai un giorno il senso e mieterai i tuoi aneddoti. Hanno strappato il velo e nessun tempo allontana il satiro dalla sua essenza, abbia da stuprare le vergini insanguinate o le sporche immagini dei tempi sacri, avrà semi da baciare e frutti da mordere, ne possa sempre l’istinto inondare gli argini. Ogni muro è spirale e incubo, in atmosfere dove i significati siano il mio mare e sputino l’odore più carnale di te. Una scritta molle rimare lì ferma a comporre la più feconda delle alchimie. La comune malattia è il mio ricovero, annegato ancora da queste lacrime bianche.
sabato 30 gennaio 2010
Il ballo di Geiger

Dentro le mie vene scorrono radiazioni di miti incandescenze, detonazioni controllate si alternano a rapidi scambi di materia. Si scioglie continuamente dentro l’acido che vorrebbe tanto uscire per macchiare in modo incivile e spregevole ogni lembo di pelle altrui. A ramificazioni periferiche ho miseramente dispensato le visioni che quotidianamente assumo dalle orecchie, sperando di sciogliere grumi di enigmi che mi si annidano dentro. Mi sono sforzato di accarezzare cellule impazzite e di rielaborare il proprio scopo; sono ticchettii deliranti, composizioni floreali d’uranio-235, sogni made in china. In un respiro supersonico ho tenuto per mano mia madre bambina… l’onda d’urto ha carbonizzato le palpebre di critici e spettatori, che digerivano le proprie lingue profetizzando la loro ricrescita. La tempesta nascente li ha spazzati via assieme alle loro ancore d’oro. In un istante ho visto le mie ombre proiettarsi, ricombinando tutt’attorno l’ordine smarrito dei soli, fra albe meccanizzate chi ha bisogno di un drink? Mi circondavo già di qualcosa di temporaneamente assente e lungo le orbite più irrazionali potevi scorgere costellazioni di uomini meteora glorificare la loro solitudine. Equilibri alterati da reazioni a catena, galassie che implodono su sé stesse, come prigioni aperte, lasciano scappare i miei incubi . ..la paura più selvaggia mi abbraccia e mi stringe il collo… la fuga e l’angoscia, il colpo alle spalle, la corsa, la fuga, l’angoscia, la consapevolezza,la spirale, l’urlo, il terrore,la vertigine e poi il nulla.
mercoledì 30 dicembre 2009
Novella dell'appeso
Nella duplice visione di ogni cosa ho accolto stavolta la maschera che cela la coscienza e ne mostra le verità. Fra i tamburi e le curve dove la voce gioca a formare arabeschi annessi ai gemiti si materializza il fiato tolto ai polmoni. Se solo ci fosse la mancanza di se, avrebbe di che spiegare la propria presenza, voltato il verso della realtà, illuminate le ombre che intrattengono stupiti i passanti a cui la sera appaiono spietate visioni di antichi interni da salotto dietro pareti con finestre murate. Soltanto lamenti rimbombano nella mente e pianti e dita mozzate, strappate a morsi dalle medesime vittime del proprio oriente, suicidi di quel senso che posa sul lato della realtà, rovesciano litanie dalle bocche, otturano le orecchie dei presenti intercedendo con se . Per alterati orizzonti verso profonde stelle, col capo rivolto a terra, puntando il dito oltre la superficie, rischiarano i propri abissi che riemergono poggiati sulla robusta colonna che sostengono per eliminare il respiro e quant’altro. Il giorno è la metà ,il verso non sempre è il giorno. La fuga è solo il ritorno.
sabato 12 settembre 2009
Capitolazione della narcosi postmoderna
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Ottantaquattro numeri ben in vista, l'appeso scorge sicuramente l'appeso nel dubbio se l'utopia del mare possa vivere ancora e mentre la profonda pentola a forma di cilindro continua ad ammaliare il pesce insicuro vedo simboli, metafore e allegorie stufe di saltare fra i pastiches dei libri. Scollando identità adesivo mi ritrovai a divorare il mio maestro in preda ad una delirante meditazione. Sconcertato da padri nichilisti che istruivano quei pargoli più suicidi fra i più trovo inedita disapprovazione per le più ottaedrali geometrie metafisiche sotto stretto conforto di un illusorio credo sindacalista incallito dalle felicitazioni di vita. In un altro cosmo, in altre dimensioni, sotto altrui verità ritrovo la vendetta verso ogni genocidio socioculturale, fra critiche e incomprensioni muove la torre sicura sulla bastiglia della mia era. L'equazione perfetta annovera fra i propri elementi il groviglio di corpi che scaturisce al panico lecitivo degli stati transemotivi della notte. L'inutile tentativo di ottimizzare mediante allucinazioni tibetane non tocca nient'altro che la sottile soglia della percezione che potrà soltanto godere del suo misero orgasmo clitorideo. Se l'Oltre potesse a suo modo asciugare le macchie d'umanità le coprirebbe con le iniziali della magnifica sposa del Sole, fra le mille ancelle che annebbiamo i pensieri del più apollineo fra gli indovini delfici. Chiamano forte il nome del mistico ma non si accorgo di quanto le loro parole formino nell'aria evanescenti materializzazioni di proiezioni metaconcettuali che scardinano l'inquietante legame che unisce teorie cinesiche e metafisiche in una forma a se medesima. Nessun mistero avvolge relativisticamente la soglia della percezione dato che nella mente splende già il bagliore di una nuova genesi cognitiva. Il passo ha così imparato a respirare autonomamente abbandonato dalla nevrosi che sicura accompagna i mortali.
domenica 7 giugno 2009
iodio

Dio, ti prego, aiuta coloro che hanno smarrito la tessera del billionaire. Aiutali nel trucco,nel parrucco, nella dizione, nella coerenza, nel ragionamento, nel merito. Sostieni la loro sicurezza nelle riunioni d'azienda, l'amore per la lotta contro l'arrivismo, il loro genio, la loro creatività, il loro estro. All'alba da sbronzi, riportali sani e salvi a casa guidando tu il loro Cayenne. Sradica gli alberi su cui puntualmente i loro amici, pover'uomini, puntano ubriachi le auto andandosi a schiantare. Sii misericordioso quando il mal di testa li colpisce, pur lavorando soltanto poche ore e in ufficio, dona la tua grazia in acido acetilsalicilico. Conforta gli animi di quelli che non sono ancora riusciti a lavorare per una multinazionale, e che per questo continuano a incipriarsi il naso sperando di essere più forti. Sorreggili sotto il sole che scolorisce i loro yacht e perdonali se sono giovani e non sanno cos'era la Dc. Bagnali poi delle tue fresche pioggie estive che li renderanno felicemente soddisfatti di aver scelto quella nuova cabrio.Favorisci le sorti dei loro investimenti in borsa, e aiutali in amore se perdono la testa per una donna, indica con tua luce il diamante più adatto da regalare. Abbronza, infine, la loro pelle d'estate, accrescendo l'autostima e se puoi, io ti supplico, colpisci coi tuoi raggi il loro sorriso smagliante. Di noi tutti ricordati soltanto vagamente, donaci ogni genere di malattia, spezza pure gli anelli deboli della catena, rendi perpetua la legge del più forte cosicchè i primi possano restare sempre primi. Grazie
martedì 28 aprile 2009
Chiaro di luna di giorno

Qualche volta qualcuno gioca a nascondersi in un negozio di maschere, e non ci vedrai mai il male anche se andassi a spulciare uno per uno i tuoi sogni fino a regalare le tue lacrime ad una chitarra morta … e le medesime scale di ogni tempo rincorrono te stesso per donarsi nella scelta di quella dionisiaca parentesi che abbraccerebbe il tuo infinito fino a strozzarlo dolcemente per poi gettarlo con un gesto di romantico disincanto a terra … porterebbe con se ogni attimo e farebbe svanire ogni evanescenza mostrandola dilatata come il fiume di sangue che scorre da quei balconi abbandonati. Dammi una ragione, una valida ragione per continuare a seguirmi, a rincorrere lo strazio che consuma i miei sensi e dilania le carni avvolgendo i miei battiti lenti come una favola dalle pagine strappate … l’ondivago perpetrarsi di oceani opposti e immensamente bianchi nel vortice del risveglio da ogni vita si apre l’eterna fine di ogni cosa, lunga di fameliche grida al cielo e sconsiderati attimi incompresi. Nel retro di ogni via giace solitaria la possibilità di mancare il proprio bersaglio trafiggendosi una volta per sempre nel più lisergico dei passi. E calpesto incurante il mio corpo lavandomi di sputi e bestemmie aspettando che tutto passi e la scatola dei sogni possa svuotarsi presto.
domenica 26 aprile 2009
Il passero solitario subatomico
Vado dissestandomi stasera. C’era la luna ieri? Giro intorno al nido, e i serpenti tirano fuori in mezzo al veleno le loro vie biforcute. Ti ricordi se c’era la luna ieri? A quale costellazione appartengo quando esamino quel fottuto vetro che mi contiene? Credi a quelle lamentele tu e cospargi il terreno di semi avariati e analisi1 e analisi2 e analisi3…Cazzo ti ricordi se c’era la luna ieri? Non sono mai sceso dal gioco del tappeto e quasi quasi mi faccio tirare ancora più su col rischio di cadere una volta per sempre nel nido… Boia mondo ti ho chiesto se ieri c’era quella cazzo di luna? E che caldo lì nella stessa ruggine, l’antenna del vicino è sempre più verde della tua se passeggi sopra i tetti la notte e noti che manca qualcosa. Mi andrebbe di chiederti se ieri per caso passavi di lì e hai visto mica la luna,no ma lascio stare. Pallidamente disoriento ogni trucco prima di abbandonare la mia oasi nel deserto per poi ricercarla in Congo. Mamma mia che faticata, non ho fatto nemmeno in tempo a vedere se c’era la luna, sapresti aiutarmi? Il Frate Cappellano intona già il mattutino, schiocco le dita e mi sveglio, accendo i miei occhi, oriento le orecchie, calcolo la distanza del passo, calibro la mia lingua e…“Buongiorno mamma, è pronta la colazione?”
martedì 24 marzo 2009
Psychopassport

Volersi bene,volersi male...voler se stessi e ricerca di manette di stupidità...aver sorpassato i casellanti e non essersene accorti, aver agito per natura...aver buttato ogni maschera d'uomo...aver spiegato ogni dubbio e ogni via possibile...averne la consapevolezza...ballare sul filo che si regge...e aver rotto l'ultimo specchio di ogni incoerenza e l'ultimo approdo per ogni ritorno...sublime di mille il pensiero, aver capito l'urlo dell'angoscia e aver calmato ogni fremito strepitando...sorvolare la nevrosi e ogni colpo d'extrasistole malinconicamente...la sofferenza ha cambiato volto, tiene il nome del vero...l'assenza pervade nei postumi dell'esistenza...il freno necessita di conoscere il proprio sè...e il bisogno ancora concreto di veder esplodere tutto per tornare a riprendersi il senso dell'esserci dell'essere...ho già sentito l'eco e toccato il fondo del mare senza esserci arrivato perchè la discesa per il sublime è lenta ma se conosci la domanda rendi sacro il momento...l'evanescente diventa molle e il salto si rende vicino al passo. Ora deluso dal tecnicismo che rende una palla di vetro la filastrocca dei falsi astronauti, mille volte più a terra del pazzo che si confonde con la Luna...ora ad occhi chiusi rifletto atomi della terra madre, ad occhi aperti l'inadatto codice che compone il mio nome misto a friggitorie d'aria tassativamente inappaganti...Che imploda tutto,che tutto venga sacrificato all'altare della verità e ne soddisfi le voglie di tutti...sia celebrato il matrimonio fra l'Architetto e la natura della materia, madre non dell'utilità arbitraria del possesso ma del punto dell'animo che ne apprezza la genuina presenza...perderemo noi stessi,prenderemo noi stessi...e ai nostri figli renderemo il vero comune senza dei nè superuomini...
venerdì 26 dicembre 2008
Identificativo di fuga #15001# -parte seconda-

Chiedi a un cieco cosa vede...e lui parlerà con le mie parole, col senso forte di chi ha deciso di vedere dentro il suo nero buco...soltanto per questa vita, solo per illudersi...solo per provare e non essere creduto, laddove la lungimiranza si scontra con l'utopia in un parallelo con un difetto pari a un due più due che danno come risultato un numero tendente al quattro...se il relativo è personale e il personale è altrui,l'altrui spesso è anche proprio e di conseguenza comune e di conseguenza calcolabile nelle sue oscillazioni e poi variabile e poi studiabile ma mai certo e sempre valutabile...
vedo così i confini di ogni forma, le figure di ogni ente, la genesi costitutiva del soggetto, imploso sotto il suo stato secondo per secondo, inscindibile dal suo divenire, targato finito e per questo in atto nella sua ridefinizione...tangibilmente visibile adesso quandanche vada a coprirsi e a mostrarmi le sue paure...la schiavitù altrui è il primo passo verso il non io,verso una vita che non è la nostra...mucho gusto senor...il difetto è idealizzare troppo...ma almeno non le varie "serie" dei target,piuttosto invece le microstrutture invisibili e non presto afferrabili col sè che sfonda pensiero ed esperienza intrecciando i caratteri e i modi nelle sue variabili nella più complessa equazione di dati fenomenologici secondo parametri di ricerca che convincano il possibile a fare spazio per dare alloggio allo zaino dell'occhio ramingo con quella predisposizione che solo il più fervente francescano missionario può avere...saper sentire la puzza di cantina,scorgere T con la testa rossa o labirinti senza uscita o moquette troppo morbide per non avere sabbie mobili sotto. La codifica di una quinta dimensione è ordinariamente essenziale e innegabilmente la soluzione più proficua al problema. La ricerca diventa il necessario proporsi di un salto in quinta o in settima, l'esigenza di esaminare il punto logico e il suo evolversi, per chi crede ancora nell'anima mundi o per chi non vede l'ora di farsi fare un'autopsia, nei percorsi dell'ospizio della gioventù o nelle sale d'aspetto della propria vita...persino il più disincantato e triste esteta potrebbe capirmi se solo aggiungesse fra le componenti delle proprie variabili il fatto di vivere sul pianeta Terra con altri esseri umani...il sesso almeno unisce tutti teoricamente...e nella sua antica porta verso l'Oriente ritrova scritto nelle mura e nelle acque dei suoi ricordi il sereno scorrere di un'esistenza nobilmente attiva e teneramente stuprata dai suoi tanti amanti che mille volte andarono via per poi tornare...e ora che la poetica sta nella frequenza di passaggio fra una sinapsi e l'altra, non posso non vedere il più grosso speculum mundi dove l'egocentrismo impara le tabelline del sè,con l'unico occhio con cui si nasce e profondamente vivendo lungo le fibre che traghettano l'onda su per quel nero buco che adesso poco dice e molto si diletta a sentire e a plasmare nei canoni che piuttosto inutilmente convinti ormai sembrano esser passati sulla codifica dello step -15000 .
mercoledì 12 novembre 2008
Identificativo di fuga #15001# -parte prima-

giovedì 26 giugno 2008
"The Wizard" ovvero Aperitivo da Jonathan

sabato 12 gennaio 2008
mechanism Masochism

giovedì 15 novembre 2007
Il mio eterno purgatorio

sabato 3 novembre 2007
I CANNOLI DI JONATHAN - capitolo terzo
