giovedì 27 febbraio 2020
Apocalisse in polvere
sabato 7 dicembre 2019
Una serata perbene
che sanno che sarà giusto il tempo di un bicchiere.
ci metteremo magari più comodi offrendo un ammezzato all'altro.
alla faccia di quella puttana di Maria Antonietta
blaterando ancora qualcosa di strutturalista.
sabato 31 agosto 2019
Solfuro di fosforo
martedì 5 giugno 2018
L'alfiere
giovedì 1 dicembre 2016
Geodetica (Nadir)
giovedì 8 settembre 2016
Morfema-zero o del plastico disordine che è uno
lunedì 16 maggio 2016
Ricochet
Un costante bombardamento di secondi,
nel conflitto impaziente che mastica una raffica di minuti.
Il conto alla rovescia giunto al meno uno.
La tattica inutile nel pianto dei calcoli.
L'impulso binario che slega gli istinti.
Il panico, posato sullo sterno, prepara i coscienti.
L'innesco.
Accende i demoni dentro le polveri,
ispira gli acidi, muove veloce le torri, vede la luce del giorno,
mira nel centro del cerchio, buca il bersaglio, svuota il cilindro infiammato, sfugge soddisfatto alla canna.
La percezione del colpo è solo un rimbalzo cosciente.
Farsi spazio fra la carne, dividendo vuoti.
Celebra il sangue adesso, ubriaco del suo danno.
Il peso degli arti.
Il crollo sotto la frana dei nervi.
La sinfonia metodica del collasso.
Ricochet.
Dov’eri finito? Ti stavo cercando.
mercoledì 9 marzo 2016
Diomede Alpha
Tavor
lunedì 27 maggio 2013
Identificativo di fuga #13999#
che spesso ci colpisce le orbite degli occhi,
martedì 4 settembre 2012
Milanodamorire
martedì 17 aprile 2012
Flamenco supersónica

domenica 20 novembre 2011
Ora labora

È sete da sparo di grilletto.
In prima carrozza rintracciano la fase degli altoparlanti col naso.
Anticipano e anticipano e anticipano.
Lasciano nuove fessure nel tempo. Non faticano. Fendono le lame dei coltelli delle metafore che fendono l'aria.
Ecco il rotore della città che sale, ogni giorno finché Iddio ci dia qualcosa da bruciare in caldaia.
Ogni operoso va a posizionarsi nel suo spazio.
Ingranaggi fra ingranaggi. Fra prodotti di prodotti. Oggi come ieri.
Peccato ci sia la notte.
Non un cappello cada correndo dalla stazione.
Non attesa. Non ritardo. Il sistema deve.
Notiamo di essere il braccio che batte forte e instancabile con il nostro martello sull'acciaio rovente del tempo.
Plasmiamo noi prima di farci plasmare.
Inossidabili. Ciclici. Adamantini. Siamo il pane dei nostri cannoni.
Il fiato del ferro è dunque il nostro respiro.
Non è dato sapere se alcun pensiero ha mai invaso l'industria operosa.
giovedì 11 agosto 2011
Identificativo di fuga #14997#
La valigia che mi conteneva è esplosa.
Porto tutto con me in modo scellerato adesso.
Inseguo gente che insegue pazzi.
Fra i giorni dei mesi negli anni scelgo adesso.
Quando non do lezioni di lingua a messicani in fuga
è sicuramente notte e puoi trovarmi a dormire in metro,
chiedi di me ai semafori spenti.
Una ruota, che gira e si muove, veloce nel vortice che crea, è solo un punto intorpidito.
Non varrebbe la pena scendere, non è mai adatta la fermata, non c'è fermata, adesso.
Nel turbine di una mietitrice urbana la cicala elettronica salta e aggiorna l'elenco eventi.
L'uomo fermo alla fermata è, per me che vado, il vero passante, aspetta che qualcuno lo raccolga
e getti il suo futuro un po' più avanti, o forse soltanto indietro, molto indietro.
Tutti fissano il proprio punto, nella nebbia che esce dalle nostre menti, non riesco a vedere il mio vicino.
Lo spazio annullato, forse è troppo per noi...
Stasera a cena, fuori da un carcere di cartone, mangerò la luce dei lampioni.
Adesso, è ora di andare.
mercoledì 15 dicembre 2010
Sileno furens

E viaggio sulle spalle del gigante, scivolo sulla schiena del lampo.
Io sono nel dente del serpente, nell’occhio dell’aquila in picchiata,
sono nel formicaio vivo, nella foglia paziente al sole,
sul fondo assassino della cascata.
Abbraccio il turbine del vento, raccolgo le lacrime sparse delle nuvole,
dormo sulla fiamma notturna del campo.
Io sono l’urlo nella furia del coito, la nevrosi del furore uterino,
le pareti bagnate della mia camera.
Sono nel frenetico dondolare delle corde, sono nel pugno del tamburo,
fra le scale dissestate dei monti, tra i vermi che mangiano casa,
nella zolla spaccata dal sole o nell’odore del momento passato.
Sono la peste che bacia il popolo, i grattacieli che girano in direzione del sole,
l’involuzione della specie, la regressione del sapiens.
Sono l’occhio che gira intorno al satellite, la membrana perforata che avvolge la terra,
nel nucleo incandescente, fra gli atomi sparsi del mio corpo.
venerdì 1 ottobre 2010
Particelle 9\bis-narcoformalina n.283473\a
Bocconcini di cianuro per i miei vicini e sane boccate di polvere d’amianto prima di andare a dormire. La zanzara proveniente dall’ipergigante del Cane Maggiore porta notizie confortanti. Il kaos probabilmente finirà, così mi ripete girandomi attorno. Su Antares intanto c’è una tempesta che aspetta con impazienza di scompormi in leptoni per creare una macchia bianca di cui farsi vanto in giro. Difficile non cascarci, decisamente troppo. L’affare fra di noi era saltato. Quando le dissero che gestivo il narcotraffico del pane e del sangue del mio pianeta non poté fare a meno di interessarsi alla cosa. Lo scambio sembrava equo e oltremodo interessante: la formula delle mie sostanze in cambio di un ciclo completo, Ofiuco compreso. Anche un idiota avrebbe accettato. La mia nube di formaldeide era stata mandata come d’accordo. Ma la stupida orbitante della supergigante rossa che voleva fottermi si era dimenticata di mettere a tacere l’ISM. Quelli parlano sempre, si sa. Non ci fu nemmeno bisogno di mandargli il solito kilo di antimateria. Così all’appuntamento per l’imburrata non si presentò nessuno. Indiavolata continua a mandare sulla Terra ogni molecola tossica che le passi attorno, convinta com’è che io sia lì.
lunedì 7 giugno 2010
A consumo zero
Vorrei un figlio di quelli che non si trovano in giro, nelle case, per le strade,nei negozi.
Un figlio che sia contento d’essere mio figlio e che non lamenti mai nulla. A consumo zero.
Un figlio ben messo, felice di far risparmiare, nato laureato, che boicotti i fancazzisti e i liberi pensatori, che
sia felice di evitare le sbronze, che si faccia da solo perché io non ho tempo o che forse sia semplicemente il mio pupillo fotovoltaico, non chiede nulla e mi dà tanto, va a letto presto ed è subito pronto, ovunque, magari.
Lo voglio largo di spalle e con le mani sempre tese verso le mie buste della spesa, così sua moglie un giorno mi ringrazierà… Che brava! Che amore! E lui… che uomo!
Lo vedo già assennato a criticare gli amici che hanno preso il vizio, sorridente alle feste a parlare di sport: si scusa, fa un cenno col capo e saluta i presenti indicando col dito l’orologio col suo cinturino di plastica nera.
E’ entusiasmante, mio figlio. Varrebbe la pena di conoscerlo, mi creda. Sono sicura che anche lei vorrebbe avere un figlio come il mio bambino. Che tenero! Mi saluta sempre con un bacio in fronte prima di andare a lavoro. E’ così, lui, felice del suo stipendio, della sua auto, di casa sua, di me.
Sarà forte,preciso, acuto e ben vestito. Non appena nato gli cucirò addosso la prima lamina di piombo coi fili di rame che gli regaleranno le zie e quando poi inizierà a crescere gli farò saldare la sua iniziale sul petto, piccola, dorata e coi contorni in stagno. Lo pulirò per bene, lo smonterò ogni fine del mese, passerò il cotton fioc in mezzo ai suoi circuiti…e il sabato, sì il sabato, gli luciderò il suo alloggio memoria, dove ha messo tutti i ricordi di quanto l’ho voluto bene.
venerdì 19 marzo 2010
A Tamara

Una crisi e il tuo fiato corto mentre nuoti nell’absintismo e ciò che hai di meglio muore o forse viene solo nascosto e portato via, con gli eccessi di lucidità tutto è terrore e magicamente apparente, come la scoperta del vuoto ,come ogni stralcio di parola che ti esce di bocca, come quello che distrattamente non dico. Mi concedo strani pensieri e dipingo il mio corpo di brutti esempi nelle trasvolate spiccate dai sensi. Giù…giù e non basta, anche all’aria manca la forza di smuoverti i capelli e di picchiare sulle facce truccate di quelle mille troie adottate dai miei più cari salotti. Avrebbero di che parlare quelli buoni della città, avrebbero di che tirare se solo io soffiassi sui loro tavoli annebbiati. Incanti e paure, la pelle si indurisce, le gambe diventano marmoree, il profilo sembra animale e accende carboni che ardono accanto ai nostri incensi. Accompagnatrici delle ore buie, favole bugiarde, sussurrano coordinate per oltrepassare inibizioni ed enigmi, siano vortici o tempeste, ne ricorderai un giorno il senso e mieterai i tuoi aneddoti. Hanno strappato il velo e nessun tempo allontana il satiro dalla sua essenza, abbia da stuprare le vergini insanguinate o le sporche immagini dei tempi sacri, avrà semi da baciare e frutti da mordere, ne possa sempre l’istinto inondare gli argini. Ogni muro è spirale e incubo, in atmosfere dove i significati siano il mio mare e sputino l’odore più carnale di te. Una scritta molle rimare lì ferma a comporre la più feconda delle alchimie. La comune malattia è il mio ricovero, annegato ancora da queste lacrime bianche.
sabato 30 gennaio 2010
Il ballo di Geiger

Dentro le mie vene scorrono radiazioni di miti incandescenze, detonazioni controllate si alternano a rapidi scambi di materia. Si scioglie continuamente dentro l’acido che vorrebbe tanto uscire per macchiare in modo incivile e spregevole ogni lembo di pelle altrui. A ramificazioni periferiche ho miseramente dispensato le visioni che quotidianamente assumo dalle orecchie, sperando di sciogliere grumi di enigmi che mi si annidano dentro. Mi sono sforzato di accarezzare cellule impazzite e di rielaborare il proprio scopo; sono ticchettii deliranti, composizioni floreali d’uranio-235, sogni made in china. In un respiro supersonico ho tenuto per mano mia madre bambina… l’onda d’urto ha carbonizzato le palpebre di critici e spettatori, che digerivano le proprie lingue profetizzando la loro ricrescita. La tempesta nascente li ha spazzati via assieme alle loro ancore d’oro. In un istante ho visto le mie ombre proiettarsi, ricombinando tutt’attorno l’ordine smarrito dei soli, fra albe meccanizzate chi ha bisogno di un drink? Mi circondavo già di qualcosa di temporaneamente assente e lungo le orbite più irrazionali potevi scorgere costellazioni di uomini meteora glorificare la loro solitudine. Equilibri alterati da reazioni a catena, galassie che implodono su sé stesse, come prigioni aperte, lasciano scappare i miei incubi . ..la paura più selvaggia mi abbraccia e mi stringe il collo… la fuga e l’angoscia, il colpo alle spalle, la corsa, la fuga, l’angoscia, la consapevolezza,la spirale, l’urlo, il terrore,la vertigine e poi il nulla.
mercoledì 30 dicembre 2009
Novella dell'appeso
Nella duplice visione di ogni cosa ho accolto stavolta la maschera che cela la coscienza e ne mostra le verità. Fra i tamburi e le curve dove la voce gioca a formare arabeschi annessi ai gemiti si materializza il fiato tolto ai polmoni. Se solo ci fosse la mancanza di se, avrebbe di che spiegare la propria presenza, voltato il verso della realtà, illuminate le ombre che intrattengono stupiti i passanti a cui la sera appaiono spietate visioni di antichi interni da salotto dietro pareti con finestre murate. Soltanto lamenti rimbombano nella mente e pianti e dita mozzate, strappate a morsi dalle medesime vittime del proprio oriente, suicidi di quel senso che posa sul lato della realtà, rovesciano litanie dalle bocche, otturano le orecchie dei presenti intercedendo con se . Per alterati orizzonti verso profonde stelle, col capo rivolto a terra, puntando il dito oltre la superficie, rischiarano i propri abissi che riemergono poggiati sulla robusta colonna che sostengono per eliminare il respiro e quant’altro. Il giorno è la metà ,il verso non sempre è il giorno. La fuga è solo il ritorno.










